domenica 11 maggio 2008

Peppino Impastato: una vita contro la mafia

Quando le vignette non fanno ridere...

Il 9 maggio di trent'anni fa moriva, assassinato dalla mafia, Peppino Impastato, giornalista coraggioso e democratico che ha pagato con la vita il suo impegno contro la mafia nel suo paese.
Ci sono state diverse iniziative per ricordarlo e per ricordare la sua figura esemplare.
Vai al link:
http://www.peppinoimpastato.com/#

Ecco una breve poesia scritta da un concittadino di Peppino, dopo la sua morte:

Oggi hanno deciso che sei stato ucciso.
Per tre mesi ti hanno trattato da terrorista,
suicida per i più generosi.
Oggi ero quasi allegro,
soddisfazione amara saperti accettato
morto ammazzato.
Pino Manzella (09.11.78)

giovedì 8 maggio 2008

Docenti: 18 ore settimanali!

La provincia di Bolzano ha commissionato a una società di studi demoscopici, la Apollis, una ricerca durata un anno, sull'orario e il carico di lavoro degli insegnanti nella provincia di Bolzano. La ricerca sfata uno dei più diffusi luoghi comuni che vede gli insegnanti come dei "nullafacenti". Il risultato della ricerca ha invece messo in luce che i professori sono in testa alle ore lavorate tra gli statali.
In un articolo del quotidiano La Repubblica.it dell'8 maggio dal titolo "Fai l'insegnante? Lavoro comodo. Ma adesso non è più vero", Salvo Intravaia, commenta i dati emersi dalla ricerca ed afferma che la risposta più diffusa quando si dice che il proprio lavoro é quello di insegnante, é: "Fai l'insegnante? Comodo! Lavori 18 ore a settimana e hai tre mesi di ferie all'anno, oltre alle vacanze di Natale e Pasqua". Naturalmente gli insegnanti si risentaono di questo luogo comune, ma adesso arriva uno studio che dimostrerebbe che gli insegnanti lavorano più degli altri impiegati pubblici. Quanto lavorano effettivamente gli insegnanti? Oltre alle ore passate in cattedra, a quanto ammonta tempo dedicato alla scuola (il cosiddetto lavoro sommerso)? "L'esigenza di effettuare uno studio sull'orario e sul carico di lavoro degli insegnanti è emersa nel corso delle recenti negoziazioni sul contratto collettivo provinciale per il personale docente delle scuole elementari, medie e superiori", spiegano i ricercatori. Secondo la società Apollis, mediamente un docente lavora 1.643 ore all'anno. Monte ore che suddiviso per le settimane lavorative di un anno scolastico riservano a maestri e professori un grande lavoro, con lezioni, riunioni e organizzazione del lavoro che oltre alle mattine occupano spesso buona parte dei pomeriggi. Anche perché la gran parte delle attività lavorative si concentra nelle 33/35 settimane di lezione che formano un intero anno scolastico.
Il contratto degli insegnanti della provincia autonoma di Bolzano si discosta pochissimo da quello sottoscritto dai sindacati nazionali della scuola per tutti gli altri insegnanti italiani. Per questo, il risultato dell'indagine si può estendere ai docenti di tutte le altre regioni, dalla Sicilia alla Lombardia. Gli oltre 5 mila insegnanti della provincia di Bolzano che hanno partecipato alla ricerca sono stati seguiti per un intero anno scolastico. Le loro attività, dei periodi più pesanti (lezioni, esami e scrutini) e di quelli meno impegnativi, sono state così monitorate per 12 mesi. Ne risulta un quadro piuttosto sorprendente. Gli insegnanti che lavorano di più sono quelli delle superiori.
Ma ecco i dati: secondo lo studio, i docenti di ruolo lavorano 1.660 ore in un anno, i supplenti 1.580 ore. Fra tutti i docenti, sono quelli delle scuole superiori, con 1.677 ore annue, a dedicare maggior tempo alla scuola. I prof della media lavorano 1.630 ore. L'impegno varia anche fra uomini (1.648 ore) e donne (1.639 ore in un anno) e con l'età: lavorano molto i docenti di età compresa fra i 30 e i 39 anni, che lavorano quasi 1.700 ore all'anno. Tutti numeri riferiti ai docenti a tempo pieno, perché i loro colleghi in regime di part-time lavorano ovviamente meno. Ma non troppo visto che 1.226 ore in un anno non sono poche per un docente a tempo parziale.
Cosa fanno in tutte queste ore gli insegnanti italiani? si chiede il giornalista. L'elenco delle attività è ovviamente lunghissimo. Quelle che assorbono maggiormente maestre e professori sono le lezioni curricolari con gli alunni (518 ore annue), 'la programmazione e la preparazione delle lezioni' (283 ore) - attività svolte prevalentemente a casa - 'i corsi di aggiornamento e di autoaggiornamento' (133 ore) e la cosiddetta 'elaborazione/valutazione/documentazione' (132 ore). Ci sono poi i compiti da correggere, i colloqui con i genitori, le riunioni, gli scrutini e gli esami e mille altre attività che spesso tengono a scuola i docenti ben oltre l'orario canonico. Un lavoro difficile. Va da sé che con questi ritmi fare l'insegnante è diventato un lavoro tutt'altro che facile. La Apollis ha chiesto loro quali sono gli aspetti più gravosi. Tre insegnanti su quattro hanno indicato 'le frequenti riforme e l'introduzione di nuove leggi', per le quali gli insegnanti sono costretti a continui aggiornamenti e aggiustamenti del loro modo di agire in classe e di pensare. Nell'ultimo decennio, oltre alla riforma Moratti, la scuola italiana è stata profondamente cambiata dall'Autonomia, per esempio. 'L'insicurezza relativa all'età pensionabile e l'importo della pensione' affligge il 64 per cento degli intervistati che non riescono a staccare la spina ('l'incapacità di interrompere i pensieri di lavoro') neppure quando si trovano a casa. E ad aggravare il lavoro, per oltre la metà, c'è 'l'alto numero di alunni per classe' e 'gli alunni con problemi comportamentali'. Fra gli aspetti che alleviano il lavoro rientrano, ovviamente, le ferie, l'autonomia e la libertà di insegnamento. E ancora, 'la flessibilità dell'organizzazione del lavoro al di fuori delle lezioni ( i compiti possono essere corretti anche di notte) e la sicurezza del posto di lavoro". Soddisfazione. Lo studio della Apollis ha anche indagato sul grado di soddisfazione, che risulta piuttosto basso, della classe docente. Fra gli aspetti più impegnativi del lavoro i docenti annoverano 'la responsabilità educativa'. Maestre e prof sentono, cioè, di avere una grande responsabilità nei confronti degli alunni, delle famiglie e della società tutta. Risulta particolarmente impegnativo anche 'insegnare agli alunni problematici', 'concentrarsi durante le lezioni' e programmare le stesse. Stessa cosa per la valutazione (attraverso i giudizi o i voti) che diventa faccenda complicata perché spesso gli alunni presentano 'problemi personali e sociali e le famiglie chiedono alla scuola 'di integrare l'azione educativa degli stessi genitori'. Anche il rapporto con gli alunni richiede tantissimo impegno ma è l'aspetto che riesce a soddisfare di più il docente.

Studenti "fuori quota" - Indagine del Ministero



Su La Repubblica.it del 7 maggio, Salvo Intravaia, espone i dati di una ricerca effettuata dal Ministero della Pubblica Istruzione. Il Ministero ha diffuso un dato preoccupante emerso da uno studio sui ragazzi frequentanti le scuole superiori: troppi ragazzi si fermano già alle medie. Sono 650mila i ragazzi in ritardo e in un triennio costano 8 miliardi. I cosiddetti "fuori quota" sono 130mila e hanno più di vent'anni. "A quell'età potrebbero essere già laureati ma stazionano ancora a scuola. Sono i "nonnetti" degli istituti superiori italiani, in ritardo rispetto alla normale tabella di marcia di 2 o più anni. La maggior parte delle volte sono ragazzi che hanno ripetuto diverse volte la stessa classe. In 33 mila hanno già compiuto vent'anni e quasi 100 mila si trovano ancora tra i banchi a 21 anni e oltre. Ma il ritardo non è stato accumulato soltanto nelle scuole superiori, molti hanno avuto problemi già alle elementari e alle medie. Tecnicamente, per il ministero sono "in ritardo" rispetto all'età anagrafica. E man mano che si procede verso il quinto anno delle superiori gli studenti "regolari" calano vistosamente. Le carriere degli studenti che fanno fatica a seguire il passo dei compagni "regolari" sono costellate da più di una bocciatura e in tanti a 21/22 anni si trovano ancora alle prese con la conquista del diploma. Altri hanno accumulato qualche anno di ritardo perché si sono dapprima ritirati per rientrare nel circuito scolastico dopo una "pausa di riflessione". L'articolo continua riportando le cifre di questo fenomeno: "In base alle percentuali fornite dal ministero della Pubblica istruzione, oltre 250 mila studenti delle superiori sono in ritardo di 2 o più anni: uno studente su 10. E oltre 400 mila ragazzi sono in ritardo di un solo anno." Il dossier del Ministero riporta i dati relativi all'anno scolastico 2006/2007 e costituisce una delle analisi sulla dispersione scolastica più completa e aggiornata. Al primo anno delle superiori gli studenti in regola sono poco meno di 74 su cento e procedendo verso l'ultimo anno, il quinto, la percentuale scende fino ad arrivare al 68,5 per cento. Il record spetta agli istituti professionali dove la percentuale di studenti in ritardo di 2 o più anni si aggira attorno al 20 per cento in tutte le classi. Sono i licei a fare registrare i tassi di irregolarità più bassi. I meno fortunati incontrano i primi ostacoli alla scuola elementare e alla media, dove 22 mila ragazzini di 15, 16 e 17 anni non si sono ancora diplomati. I dati appena pubblicati da viale Trastevere, oltre a mettere in evidenza come la scuola in molti casi non riesce a seguire tutti, consentono anche di aggiornare il costo della dispersione scolastica in Italia. Se, infatti, uno studente del superiore costa 7.666 euro l'anno e sono 650 mila coloro che hanno accumulato un ritardo (di uno, due o più anni) in un triennio la scuola italiana brucia qualcosa come 8 miliardi di euro".

mercoledì 7 maggio 2008

Governo Berlusconi - I nuovi ministri



Dal sito dell'ANSA
BERLUSCONI ACCETTA L'INCARICO E PRESENTA I MINISTRI
ROMA - Silvio Berlusconi ha accettato l'incarico di formare un nuovo governo conferito dal Capo dello Stato. Sono 21 i ministri del nuovo governo, il quarto di Silvio Berlusconi, la cui costituzione è stata annunciata dal presidente del Consiglio al Quirinale. Si tratta di 12 ministri con portafoglio e 9 senza portafoglio. Gianni Letta è poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. "Lunedì convocherò il Consiglio dei ministri per eleggere i sottosegretari, poi martedì ci sarà il dibattito sulla fiducia alla Camera e mercoledì al Senato". Lo ha detto il presidente del Consiglio incaricato Silvio Berlusconi, lasciando lo studio del presidente del Senato, Renato Schifani, prima di recarsi alla Camera.
"Sono molto soddisfatto per la squadra di governo. Ci sono molti nuovi ministri".
Ecco la lista:
Presidente del Consiglio: Silvio Berlusconi
Ministri con Portafoglio
Esteri: Franco Frattini
Economia: Giulio Tremonti
Interno: Roberto Maroni
Giustizia: Angelino Alfano
Difesa: Ignazio La Russa
Attività produttive: Claudio Scajola
Welfare: Maurizio Sacconi
Politiche Agricole: Luca Zaia
Ambiente: Stefania Prestigiacomo
Infrastrutture e Trasporti: Altero Matteoli
Istruzione-Università-Ricerca: Maria Stella Gelmini
Beni Culturali: Sandro Bondi
Ministri senza Portafoglio
Riforme Federalistiche: Umberto Bossi
Funzione Pubblica: Renato Brunetta
Rapporti con il Parlamento: Elio Vito
Semplificazione: Roberto Calderoli
Affari Regionali: Raffaele Fitto
Politiche Comunitarie: Andrea Ronchi
Pari Opportunità: Mara Carfagna
Attuazione del Programma: Gianfranco Rotondi
Politiche Giovanili: Giorgia Meloni
Sottosegretario alla presidenza del Consiglio: Gianni Letta.

Omologazione come disconoscimento della diversità

Umberto Galimberti, professore di Filosofia della Storia all'Università Ca' Foscari di Venezia, nel 2002 ha scritto, su La Repubblica, questo articolo che può essere letto come scritto oggi: é infatti attuale e rispecchia una tendenza che, anzichè ridursi, sembra a mio avviso, progredire e consolidarsi sempre di più nella società. Tale tendenza é quella dell'omologazione, del mancato riconoscimento della diversità come valore e come risorsa. Anche non assomigliare a modelli precostituiti e accettati come gli unici da perseguire e affermare, può rappresentare un motivo, o meglio, un pretesto per scatenere contro chi é ritenuto "colpevole" di questo tipo di "devianza", la più brutale e gratuita violenza. Occorre "non abbassare la guardia", le famiglie, la scuola, la società e le istituzioni tutte debbono vigilare perché non continui a diffondersi questo "virus letale" che mina alla base la convivenza civile, che mette gli uomini uno contro l'altro, che imbarbarisce l'umanità.


La grande tribù dei prevedibili.
A nessuno è data la possibilità di scegliersi l'epoca in cui vivere, né la possibilità di vivere senza l'epoca in cui è nato, non c'è uomo che non sia figlio del suo tempo e quindi in qualche modo "omologato". Accade però che, rispetto alle epoche che l'hanno preceduta, la nostra epoca è la prima a chiedere l'omologazione di tutti gli uomini come condizione della loro esistenza. Non dunque un'omologazione come "dato di fatto", ma un'omologazione "di principio", le cui ragioni vanno ricercate in quella condizione per cui, nell'età della tecnica e dell'economia globale, "lavorare" significa "collaborare" all'interno di un apparato, dove le azioni di ciascuno sono già anticipatamente descritte e prescritte dall'organigramma per il buon funzionamento dell'apparato stesso.
1. La coscienza omologata. Un'azione è omologata quando è conforme a una norma che la prescrive, quindi quando non è un'azione, ma una conformazione. E conformazioni sono tutte le azioni che si compiono in un apparato e in funzione dell'apparato, al cui interno il fare da sé cessa dove incomincia ciò che deve essere fatto in perfetto accordo con le altre componenti dell'apparato. Gli scopi che l'apparato si propone non rientrano nelle competenze del singolo individuo e talvolta, stante l'alta sofisticazione tecnica, nelle possibilità della sua competenza. Ciò comporta che la "coscienza" dell'individuo si riduce alla "coscienziosità" nell'esecuzione del suo lavoro, e in questa riduzione è l'atto di nascita della "coscienza conformista", a cui viene richiesta solo una buona qualità di collaborazione, indipendente dagli scopi che sono di competenza dell'apparato.
2. Il sano realismo. Sarà per questo che fin da piccoli ci siamo sentiti dire che il successo si consegue più facilmente se ci si adatta alle esigenze degli altri (rinunciando ovviamente a realizzare se stessi), e così abbiamo fatto quando imitavamo i tratti e gli atteggiamenti di tutte le collettività in cui entravamo a far parte. Dal gruppo dei bambini con cui giocavamo, ai compagni di classe, ai gruppi di lavoro, a nostre spese abbiamo imparato che ciò che paga è l'uniformità più rigorosa, dove la capacità di adattarsi all'organizzazione appariva come l'unica condizione per avere una certa influenza su di essa. Alla minima obiezioni c'era sempre chi ci ricordava che questo atteggiamento si chiama "sano realismo", mentre in noi sorgeva il sospetto che con questa espressione non ci si riferiva tanto a una rappresentazione fedele del reale, ma a quella determinata presa di posizione surreale che è l'accettazione indiscussa dell'esistente. Il cui valore consiste semplicemente nell'essere così come esso è, senza la minima cura della sua qualità morale.
3. L'incoscienza della coscienza omologata. Affinché l'adattamento non venga avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo, che è poi il mondo della tecnica e dell'economia globale, non venga avvertito come uno dei "possibili" mondi, ma come l'"unico" mondo fuori dal quale non si danno migliori possibilità d'esistenza. Allora e solo allora l'ordine e l'obbedienza non saranno più percepiti come fatti coercitivi, allo stesso modo di come i pesci del fondo marino non percepiscono come coercizione la pressione dell'acqua e gli animali di terra la pressione atmosferica. Se il mondo dei beni da produrre e consumare riesce a costituirsi come mondo coeso senza lacune, senza interruzioni, senza alternative, gli obblighi imposti da questo mondo e le obbedienze richieste non saranno più avvertiti come tali, bensì come "condizioni naturali" di essere nel mondo. Ma quando un mondo riesce a farsi passare come l'unico mondo, l'omologazione degli individui raggiunge livelli di perfezione tali che i regimi assoluti o dittatoriali delle epoche che ci hanno preceduto neppure lontanamente avrebbero sospettato di poter realizzare.
4. Il conformismo come condizione d'esistenza. Senza interruzione, senza lacune, senza sospensione, non ci rendiamo conto da quante catene ci ha reso dipendenti l'età della tecnica e dell'economia globale e, se nel secolo scorso Marx poteva dire che la maggioranza dell'umanità "non aveva niente da perdere tranne le sue catene", oggi si dovrebbe dire che senza queste catene non avrebbe di che sopravvivere. Questa è la ragione per cui, quando le catene si spezzano (sciopero dei mezzi di trasporto, interruzione dell'energia elettrica, ritardo nei rifornimenti alimentari), da parte di tutti ne viene invocata subito la saldatura. Questa richiesta è l'indice non solo del tasso di dipendenza di ciascun individuo dal mondo della tecnica e dell'economia globale, ma anche del tasso di collaborazione spontanea, quindi di omologazione e di conformismo, affinché questo mondo permanga il più possibile garantito e assicurato senza interruzioni, rischi o possibilità di cedimento, anche se al suo interno non è preclusa, anzi è sollecitata, la possibilità di continuare a ripetere il vocabolario dell'individuo.
5. I mezzi di comunicazione come mezzi di omologazione. La società conformista, nonostante l'enorme quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per questo, parla nel suo insieme solo con se stessa. Alla base infatti di chi parla e di chi ascolta non c'è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo. Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l'ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque. In un certo senso si può avanzare l'ipotesi che la diffusione dei mezzi di comunicazione che la tecnica ha reso esponenziale tende ad abolire la necessità della comunicazione perché non si dà esigenza di comunicazione là dove è abolita la differenza specifica tra le esperienze del mondo che sono alla base di ogni bisogno comunicativo. Con il loro rincorrersi, infatti, le mille voci che riempiono l'etere aboliscono progressivamente le differenze che ancora sussistono tra gli uomini, e perfezionando la loro omologazione, rendono superfluo, se non impossibile, parlare in prima persona. In questo modo i mezzi di comunicazione cessano di essere dei "mezzi", perché nel loro insieme compongono quel "mondo" fuori dal quale non è dato avere altra e diversa esperienza. Questa è la ragione per cui in una società omologata come la nostra, "parlare" non significa come ha sempre significato "comunicare", ma eliminare le differenze che ancora potrebbero sussistere con i nostri simili, in modo che l'anima di ciascuno, già coestensiva al mondo di tutti, diventi coestensiva e al limite sovrapponibile all'anima di chiunque.
6. Cognitivismo e comportamentismo come psicologie del conformismo. Questo spiega perché nella nostra epoca sono diventate egemoni quelle "psicologie dell'adattamento" il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all'apparato. Non diversamente si spiega il declino della psicoanalisi come indagine sul proprio profondo, e il successo del cognitivismo e del comportamentismo. Il primo per aggiustare le proprie idee e a ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all'ordinamento funzionale del mondo; il secondo per adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto "originale" della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l'"autenticità", l'"essere se stesso", il "conoscere se stesso", che l'antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell'anima, diventa nelle società conformiste e omologate qualcosa di patologico, come può esserlo l'esser centrati su di sé (selfcentred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation) il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest'ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che "essere se stesso" e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia. E in tutto ciò c'è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto "psicologia del conformismo" assumono come ideale di salute proprio quell'esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo, respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale alla società omologata, dove la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto.
Umberto Galimberti, La Repubblica, agosto 2002

martedì 6 maggio 2008

Altro ...chi?


ALTRO
"La parola, con l’iniziale in maiuscolo, ebbe un certo fascino negli anni Settanta, grazie agli scimmiottamenti nostrani di Lacan. Al giro di boa degli anni Novanta se ne registrò un’altra ondata: il protagonismo degli immigrati nelle prime lotte per il riconoscimento dei propri diritti trascinava con sé anche alcune scorie letterarie e linguaggi snob. E ci fu un’epoca di “incontri con l’altro”, “rispetto dell’altro”, e simili, (lontani dalla concretezza del titolo di un bel film francese: Il gusto degli altri).
Oggi “l’altro", in minuscolo e mai al plurale, sopravvive in alcune abitudini inerti, sempre con una pronuncia enfatizzata e a volte con un tremolio della voce che tradisce il consumatore di emozioni a buon mercato. Arriva anche per Natale, in cartoline elettroniche, a ricordarci che l’altro è scuro di pelle (prevalentemente), affamato (quasi sempre), lacero e, soprattutto, per parafrasare il pilota della Raf de Le galline in fuga …là.
Guai se l’altro si avvicina, se cambia abito se, soprattutto, si concretizza e si declina perciò al plurale, o al singolare preceduto da un articolo indeterminativo: gli altri, un altro. Scattano allora, per lo più, riflessi assimilazionisti (come si permette di rimanere così altro?), stereotipi inconfessati (le nigeriane battono, le colombiane ingoiano ovuli di coca, gli albanesi meglio lasciar perdere), risentimenti (chi lo autorizza a rubarmi un simbolo e a sostituirlo con la nuda presenza?).
L’altro in questo modo non è soggetto che agisce, ma è oggetto dello sguardo. L’incontro con l’altro non è occasione di conoscenza e di arricchimento, ma di nobilitazione (meglio, di esibizione di una nobiltà preesistente). Quando l’altro si sottrae come oggetto e si afferma come soggetto, smette di essere tale, e diventa l’albanese, la spacciatrice sudamericana, l’infido levantino.
Si cerca l’esotico (e “altro” convive con le cene “etniche” e simili nefandezze linguistiche) quando non si sa “giocare con le molteplici prospettive e cornici a cui si presta qualsiasi evento”, e si ha bisogno di esibire la capacità di provare situazioni, e incontrare, persone eccezionali.
Chi non sa ascoltare gli altri, inventa l’altro come esotico da consumare: lo fa fuori, divorandolo, unico rapporto che intrattiene con una presunta autenticità, perduta per sempre".

(tratto da Lessico del razzismo democratico di G. Faso, segnalato nel post precedente)

domenica 4 maggio 2008

Libri a basso costo per la scuola



Su La Stampa del 3 maggio, un articolo sui "Libri low cost". A partire dai prossimi giorni gli insegnanti delle scuole secondarie potranno, per effetto dell'impegno adottato dall'Aie (l'Associazione italiana editori), accedere gratuitamente, tramite un'apposita password, all'intero elenco dei libri di testo in commercio per ogni materia, con informazioni su autore, editore, prezzo e recapito dell'editore. La consultazione sarà possibile ogni anno, a partire dal 5 aprile. Così si amplia la possibilità degli insegnanti di scegliere autonomamente, riducendo il ruolo promozionale degli editori, e si consente anche a case editrici piccole una migliore visibilità. Tutte le case editrici (Zanichelli, Rcs Libri, Mondadori Education, Bruno Mondadori, De Agostini, Capitello, Sei, Giunti Scuola e Principato) si sono inoltre impegnate ad offrire «strumenti didattici innovativi, abbinati ai libri o proposti separatamente per favorire un contenimento della spesa delle famiglie. La maggior parte degli editori sfrutterà gli strumenti informatici per trasferire su supporto digitale una parte dei contenuti oggi diffusi solamente su carta, così da ridurre la foliazione dei testi stampati e, conseguentemente, una riduzione dei costi di produzione. I risparmi così ottenuti potranno tradursi in un contenimento dei prezzi di copertina, a beneficio dei consumatori. Le integrazioni della nuova edizione potrebbero essere inserite nel supporto informatico, senza modificare il testo cartaceo. In questo modo, verrebbe agevolato l'utilizzo dei testi per più anni, favorendo inoltre forme alternative di commercializzazione, come il noleggio, il comodato d'uso e l'acquisto di libri usati». Alcune case editrici (De Agostini, Zanichelli, Capitello, Principato e Sei) hanno inoltre presentato impegni "finalizzati proprio a permettere lo sviluppo del noleggio, negoziando accordi con i noleggiatori interessati" Gli impegni presentati riguardano un mercato del valore di circa 460 milioni di euro annui. L'Aie e gli editori interessati dal procedimento dovranno presentatre all'Antitrust, entro il 31 dicembre prossimo e con cadenza annuale per i successivi tre anni, una relazione dettagliata sull'attuazione degli impegni assunti nel mercato dell'editoria scolastica.

Mostra del libro

Si é aperta a Cinto Caomaggiore VE, la XX Mostra del libro organizzata dalla Biblioteca comunale. Istituita nel 1974 e aperta al pubblico dal 1979, la Biblioteca comunale di Cinto Caomaggiore dispone di un patrimonio di oltre 12 mila volumi. Negli ultimi otto anni ha mandato in stampa (come riferisce il quotidiano Il Gazzettino on line) ben 11 volumi: "Cinto Caomaggiore. Annali" (2000); "Cinto e la sua storia" (2000); "Siepi e dintorni" (2001); "Flora e fauna del Comune di Cinto Caomaggiore" (2002); "Cronache di vita agreste" (2003); "Gli Anabattisti di Cinto. Esodo e vicissitudini" (2004); "Il centesimo di Napoleone" (2005); "La Fraterna del miglior viver" (2005); "Cinto Contadina" (2006); "La comunità di Settimo. Storia e memoria" (2006).
La XX Mostra del libro, che chiuderà il giorno 11 maggio, é allestita al Centro Culturale "G. Stefanutto" di Settimo.
Diversi gli appuntamenti in programma:
martedì 6 maggio, ore 21, incontro con la Storia "Portogruaro 1917-1918. La grande guerra in un piccolo centro", approfondimenti con gli studiosi Eva Cecchinato, Imelde Rosa Pellegrini, Daniele Ceschin;
giovedì 8 maggio, ore 21, presentazione del libro "Il naufrago" di Michele Zanetti;
venerdì 9 maggio, ore 21, presentazione del libro e proiezione del filmato "Le vie dell'argento. Paradiso e inferno" di Massimo Belluzzo e Luciano Covolo.


Orario apertura mostra:
sabato e festivi mattino 9.30 - 12.30;
pomeriggio 15 - 22;
feriali mattino 8.30 12.30;
pomeriggio 15 - 18.

MOSTRA DEL LIBRO
Mostra-mercato del libro
SALA CINEMA ORATORIO BIBLIOTECA COMUNALE di Settimo di Cinto Caomaggiore VE
Tel. 0421/209535 - Fax 0421/241030

sabato 3 maggio 2008

Gli studenti e gli interessi extrascolastici

In una intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale, il pedagogista Benedetto Vertecchi, Ordinario di Pedagogia sperimentale all'Università degli Studi Roma Tre e già presidente dell'Invalsi, mette in luce la necessità che la scuola disponga di informazioni sugli interessi extrascolastici degli alunni.
Il sistema di valutazione non può riguardare solo i livelli di apprendimento e il profitto poiché ci sono anche molti altri elementi da considerare e su fenomeni come il bullismo o la droga in classe la scuola deve intervenire attuando politiche di prevenzione: è questo in sintesi il pensiero di Benedetto Vertecchi, pedagogista e docimologo, presidente dell’Invalsi all’epoca dei ministri Berlinguer e De Mauro, caduto in disgrazia nel periodo morattiano in quanto poco favorevole alla riforma della scuola voluta dal Governo di centro-destra e dall'allora ministro Moratti.
Nel corso dell'intervista, Vertecchi ha anche aggiunto che agli insegnanti vanno dati strumenti adeguati fornendo perlomeno elementi su cui lavorare e sostiene che i docenti dovrebbero sapere
“quanta tv vede uno studente, che cosa fa nel tempo libero, quali interessi ha, se li ha. E’ da questoha detto ancora Vertecchi – che dipendono gli stili cognitivi che poi diventano fattore determinante del successo o dell’insuccesso. Invece, in nome della privacy alle scuole abbiamo legato le mani”.
In realtà la riforma del ministro Moratti aveva tentato di fornire agli insegnanti uno strumento di lavoro da utilizzare allo scopo: il portfolio doveva proprio servire anche per raccogliere informazioni relative agli interessi extra-scolastici degli alunni ma ha avuto però ben poco successo anche a causa della forte opposizione sviluppatasi nelle scuole.
Le dichiarazioni di Benedetto Vertecchi suonano quasi come un "lasciapassare" per il ripristino del portfolio; bisogna però vedere se questa volta sindacati e pedagogisti attestati su posizioni di centro-sinistra vorranno nuovamente sostenere la protesta delle scuole o se, al contrario, tenteranno di svolgere una funzione di mediazione.

venerdì 2 maggio 2008

I care - Don Lorenzo Milani


Venerdì 9 maggio 2008 alle ore 17.45
presso l’ Auditorium in via Gobbi 19 a Favaro Veneto
Convegno su Don Lorenzo Milani
Don Lorenzo Milani (1923-1967), sacerdote ed educatore, è stato il fondatore e l'animatore della famosa scuola di Sant'Andrea di Barbiana, il primo tentativo di scuola a tempo pieno espressamente rivolto alle classi popolari. I suoi progetti di riforma scolastica e la sua difesa della libertà di coscienza, anche nei confronti del servizio militare, compaiono nelle opere Esperienze pastorali, Lettera a una professoressa e L’obbedienza non è più una virtù (questi ultimi due testi scritti insieme con i suoi ragazzi di Barbiana), nonché una serie importantissima di lettere e articoli.
A lungo frainteso e ostacolato dalle autorità scolastiche e anche da una parte di quelle religiose, don Milani è stato una delle personalità più significative del dibattito culturale del dopoguerra e la sua vita rappresenta ancora oggi una grande testimonianza di fedeltà nelle sua scelta di essere dalla parte degli ultimi.
Don Milani, secondo padre
Ernesto Balducci, “ha scelto la via della rottura per aggredire il mondo degli altri e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali e giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna”
Nel libro "Lettera ad una professoressa", giunge a rivoluzionare completamente il ruolo di educatore, denunciando la natura classista dell’istituzione scolastica italiana e proponendo nuovi obiettivi e nuovi strumenti che potessero concretamente andare incontro ai bisogni dei ceti meno privilegiati.

Lettera a una professoressa è il libro più noto di Don Milani ed é stato scritto dai ragazzi della scuola di Barbiana sotto la sua regia.
"Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. É un ospedale che cura i sani e respinge i malati" Da Lettera a una professoressa
"Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande "I CARE". È il motto intraducibile dei giovani americani migliori: "me ne importa, mi sta a cuore". È il contrario esatto del motto fascista "me ne frego". Da Lettera ai giudici

Note biografiche su don Lorenzo Milani a questo link:
http://www.barbiana.it/

Ulteriori informazioni si possono trovare sul sito della Treccani Scuola che presenta un ricco e interessante dossier su Don Milani:
http://www.treccani.it/site/Scuola/Zoom/donmilani/scuola_zoom.htm

giovedì 1 maggio 2008

La Filosofia e le donne

Segnalo un libro, edito nel 2005 da Il Poligrafo di Padova, dal titolo "Donne in filosofia - Percorsi della riflessione femminile contemporanea" a cura di Bruna Giacomini e Saveria Chemotti. Si tratta di un libro che fa parte di una collana dal titolo significativo: "Soggetti rivelati - ritratti, storie, scritture di donne" a cura di Saveria Chemotti, docente di Letteratura italiana contemporanea presso il Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova. Nella Introduzione, Bruna Giacomini, professore di Storia della Filosofia a Padova, afferma che "parlando di filosofia femminile o di filosofia delle donna, non si intende in alcun modo riferirsi al lato femminile della filosofia, a quanto i filosofi hanno pensato essere il proprium del femminile". Le autrici non intendono "né accettare, nè riprodurre [...] la logica binaria propria della tradizione filosofica, che alla trasparenza e all'unità della ragione ha opposto l'ambiguità e la molteplicità della sensibilità, alla codificazione del diritto il carattere personale di rapporti non inscrivibili entro leggi, o alla riduzione logico-concettuale la più articolata e complessa forma narrativa". L'intento delle curatrici, che in questo libro raccolgono contributi di diverse studiose, é invece quello di dare una sorta di visibilità a ciò che le donne hanno pensato ed espresso in filosofia e non "a ciò che di esse, su di esse, nonostante esse é stato pensato". Se si seguisse l'inserimento del pensiero delle donne nella tradizione filosofica, solo con l'intento di completarla senza cambiarne la fisionomia, si correrebbe il rischio, come avverte Giacomini, di mettere in luce la metà di un intero che le donne non hanno contribuito a formare. Questo, rappresenterebbe un "inserimento" forzato in "un orizzonte che non semplicemente [alle donne] é estraneo, ma che si é costituito a partire in forza della loro esclusione". Non è dunque una filosofia delle donne all'interno di uno scenario contemporaneo in cui trovano spazio diverse filosofie, o una filosofia dell'altro, ma vuole essere una riflessione in cui "riconoscere e ricostruire momenti e luoghi di un pensiero che prende corpo e si sviluppa al di fuori di ogni simmetria e di complementarità con quello maschile". L'assenza delle donne dalla tradizione filosofica, non le rende estranee al modo di pensare e alle idee tipiche che si sono sviluppate nella filosofia a partire dal pensiero maschile, pensiero dominante. Non é un abbandono della tradizione, ma è un tentativo di "osservare [la filosofia] in controluce o di visitarne i margini, rinvenendo le tracce di percorsi che restano tuttavia sempre e inevitabilmente intrecciati e in relazione con quelli della filosofia degli uomini". Attraverso l'analisi del "sentire" della sensibilità per "l'altro" che le donne sperimentano quotidianamente, sembra svelarsi una modalità in cui "colei o colui che é toccato non ritorna a sé reagendo all'altro con amore o con odio, e così sottraendosi alla sua azione, ma si fa contaminare, investire, travolgere dall'altro". Libro impegnativo, ma affascinante che apre alla riflessione sulla condizione della donna, sulla sua subalternità sancita da un pensiero maschile, sul diritto di cittadinanza e sulla questione del potere. Tutti temi, questi, sui quali il punto di vista delle donne é importante e sui quali non si è dibattuto ancora abbastanza. Non é, naturalmente, una lettura solo "da donne" e l'invito a leggerlo é esteso a tutti.

Un I Maggio per la sicurezza

Un I maggio per la sicurezza sul lavoro!

Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica celebrando presso la sede dell'Inail a Roma la Festa del Lavoro ha detto: "Quando si verificano assurde e atroci tragedie sul lavoro in angosciosa sequenza in cui perdono la vita dei lavoratori, si leva ancor più fortemente il grido 'basta!' Non può continuare così non ci si può rassegnare come una inevitabile fatalità dobbiamo tutti rimboccarci le maniche". Napolitano ha citato il susseguirsi delle tragiche morti dei lavoratori della Thyssen Krupp di Torino, di Marghera e di Molfetta e nel corso della cerimonia in loro memoria ha consegnato delle Stelle al Merito. Il capo dello Stato ha sottolineato che da quando è al Quirinale il suo sforzo é quello di suscitare sul tema della sicurezza sul lavoro "un'attenzione nuova" precisando che ogni volta avverte "personalmente indignazione e dolore, pena e solidarietà per i famigliari delle vittime, volontà di reagire, di fermare una tragica catena di morte. I numeri sono pesanti" ha detto Napolitano ricordando che dal primo gennaio ci sono stati 301 incidenti mortali e 270 mila infortuni. "Solo in aprile - ha aggiunto - sono morti 69 lavoratori e altri 57 mila si sono infortunati sul lavoro. Dobbiamo tutti rimboccarci le maniche, impegnarci concretamente e a fondo" ha esortato rivolgendosi a tutte le componenti del mondo del lavoro e delle istituzioni e in particolare a quelle delle regioni del sud dove "maggiori sono le criticità e la carenze. Spero di festeggiare il prossimo Primo Maggio - ha concluso il Capo dello Stato - in un Italia che abbia meglio messo in sicurezza il lavoro, che abbia ripreso a crescere per diventare un Paese economicamente e socialmente più equilibrato e più giusto. Sono incoraggiato - ha detto Napolitano - nel ritenere che vi siano in Italia questioni come la prevenzione degli incidenti sul lavoro che possono essere affrontate attraverso la condivisione e quindi la continuità delle necessarie linee di intervento, al di là delle pur fisiologiche contrapposizioni politiche e dell'alternarsi delle maggioranze e dei governi". Napolitano ha poi rivolto un ringraziamento a tutti i lavoratori tra i quali ha ricordato quelli immigrati: "Consentitemi di ringraziare oggi anche quei lavoratori che da Paesi diversi e lontani sono venuti in Italia e in Europa specie negli ultimi decenni". Il Presidente ha ricordato che "gli incidenti non discriminano, essi colpiscono ugualmente lavoratori nazionali e immigrati. Anzi, dal momento che i lavoratori immigrati sono più spesso assunti nell'economia sommersa sono anche più a rischio. Chi lavora in nero, infatti - ha concluso Napolitano - manca di formazione e spesso degli strumenti necessari a proteggersi contro gli incidenti. E oggi tra le categorie a rischio troviamo in modo particolare i precari, anch'essi poveri di formazione, e gli anziani, sui quali pesano maggiormente condizioni di stress".

Fioroni e il nuovo ministro della Pubblica istruzione.

In un recente articolo, il ministro della Pubblica Istruzione uscente Giuseppe Fioroni fa un appello al senso di responsabilità della scuola, delle famiglie, delle istituzioni, e delle forze politiche e sociali, perché si eviti di "trasformare la scuola in un terreno di scontro".
Fioroni propone alla nuova maggioranza di "individuare alcuni punti fondamentali riguardanti la scuola che possano diventare un patrimonio comune ad entrambi gli schieramenti".
Egli auspica un'intesa (che non significa un inciucio, spiega), che potrebbe essere raggiunta sul metodo, cercando di dare continuità alla linea da lui stesso inaugurata di combattere quella che definisce la "sindrome della riformite", con la quale intende la tendenza patologica del sistema politico a produrre megariforme che poi non riesce né ad attuare nè a implementare. La sua proposta é quella di trovare e condividere obiettivi concreti, come quello di recuperare i debiti scolastici, cercando di migliorare i livelli di apprendimento nelle materie, come la matematica, le scienze, l'italiano, la grammatica, le lingue straniere.
Anche un'intesa sulla valorizzazione del merito, il rafforzamento dell'autonomia delle scuole ("finanziaria e di gestione del personale"), il completamento della parità anche in senso economico e "un nuovo sistema di formazione, reclutamento e carriera dei docenti" che migliori la qualità dell'insegnamento, sono i punti che il ministro uscente, vorrebbe fossero oggetto di una riflessione e un'azione comune.
Da sempre si ribadisce la necessità di non fare della scuola un terreno di scontro di ideologie e di contrapposizioni esclusivamente strumentali. La scuola é, e deve rimanere, un'istituzione che non é di parte: la scuola non é di destra e non é di sinistra. Occorre uno sforzo comune perché si possano attuare le riforme necessarie al miglioramento e al rilancio di una Scuola di qualità e capace di formare, educare e istruire adeguatamente le nuove generazioni. Se questo passa anche dalla continuità dell'azione di un ministro dell'opposizione (non mi riferisco solo all'attuale ministro uscente, ma anche al recupero di proposte avanzate da altri ministri che lo hanno preceduto e che si ritengono importanti nell'ottica del miglioramento), é auspicabile che il nuovo ministro (non importa chi) non si senta nell'obbligo "politico" e strategico di contrassegnare il proprio mandato con elementi di novità e di discontinuità rispetto al suo predecessore, solo per dare un'impronta, strumentalmente, diversa al suo Ministero.

martedì 29 aprile 2008

Un nuovo sindaco per Roma!

Dal sindaco cinefilo al sindaco sportivo!

Le scodellatrici: figure professionali emergenti.

Sul Corriere della Sera del 28 aprile, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella presentano il loro nuovo libro che si intitola "La deriva" e ci parlano di un'Italia che "sta rischiando il naufragio", per usare la loro espressione.
Il Corriere riporta alcune righe di anticipazione che mostrano un certo interesse degli autori per la scuola. In queste pagine si possono trovare denunce puntuali e documentate e tra le figure professionali di cui si occupa emerge quella della scodellatrice nelle scuole dell'infanzia.
Ma come nasce questo nuovo mestiere? Nasce dal protocollo d'intesa con i sindacati che esclude dal mansionario del collaboratore scolastico (il più conosciuto "bidello") compiti come il ricevimento dei pasti, la predisposizione del refettorio, la distribuzione dei pasti e lo "scodellamento", la pulizia dei locali ed eventualmente delle stoviglie dopo il consumo del pasto. Ma poiché questo tipo di lavoro va fatto, se non lo fanno i collaboratori scolastici, occorre trovare qualcuno che lo faccia. Ed ecco che nascono le scodellatrici, figure quasi sempre precarie, provenienti di solito da cooperative, che svolgono tutte le attività connesse alla refezione dei bambini.
Potrebbe anche sembrare una cosa sulla quale ridere, ma se facciamo due conti, smettiamo immediatamente: un Comune di media grandezza, con 2000 alunni cui dar da mangiare, spende per le "scodellatrici" 300.000 euro per anno scolastico.
L'articolo prosegue così:
"Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l’anno? «Ah, no, no me toca...». Mille? «Ah, no, no me toca...». Millecinque? «Ah, no, no me toca...». Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? (...) E sempre lì torniamo: chi, se non la politica, quella buona, può guidare al riscatto un Paese ricco di energie, intelligenze, talenti straordinari, ma in declino? Chi, se non il Parlamento, può cambiare le regole che per un verso ingessano l’economia sul fronte delle scodellatrici e per un altro permettono invece agli avventurieri del capitalismo di rapina di muoversi impunemente con la libertà ribalda dei corsari? (...)"
Si passa poi ad elencare tutta una serie di privilegi economici di cui beneficiano i partiti politici (che vi risparmio, trattandosi di informazioni già note).

domenica 27 aprile 2008

25 Aprile: revisionismi e rovescismi

Sul Corriere della Sera di oggi, domenica 27 aprile, lo storico Sergio Luzzatto, docente di Storia Moderna all'Università degli Studi di Torino, commenta due dichiarazioni rilasciate in occasione del 25 Aprile da due storici, Piero Melograni e Lucio Villari.
Luzzatto, nei suoi scritti ed in particolare in "La crisi dell’antifascismo" Einaudi 2004, sostiene che, con l'avvento della Seconda Repubblica, si è avviata in Italia una smobilitazione ideologica che ha investito le fondamenta dell'identità nazionale, a cominciare dalla Resistenza, per proporre una sorta di nuovo patto fondativo basato sulla riconciliazione tra i nemici di ieri e sulla "condivisione" di storia e memoria. Una "equidistanza" tra brigate partigiane e brigate nere, tra anticomunismo e antifascismo. Luzzatto mette in discussione le premesse storiche, politiche ed etiche di questa logica, denunciando l'odierna diffusione della Vulgata post-fascista, che minimizza i crimini del Ventennio e argomentando l'attualità dell'antifascismo quale antidoto alle derive populiste, plebiscitarie e razziste.
La riflessione di Luzzatto ha come titolo
"Revisionismi e rovescismi":
"Sulla storia italiana del '900 si dice ormai di tutto. Quasi facendo a gara nel "revisionismo" o nel "rovescismo". Così riguardo al 25 Aprile, anniversario della Liberazione. Sul Corriere di domenica scorsa lo storico Piero Melograni ha sfondato la porta aperta (anzi apertissima: spalancata da anni) dei "miti" e della "retorica" di una Resistenza da "sfatare", per offrire alla destra come alla sinistra il consiglio dell'equidistanza e la morale dell'indifferenza: "meglio lasciar perdere, da una parte come dall'altra". Sulla stessa pagina, lo storico Lucio Villari ha spiegato come la Resistenza sia stata combattuta dai liberali, dai monarchici e "soprattutto" dai cattolici, "ancor più che dai comunisti". E chiunque conosca un po' la storia della Resistenza italiana - anche poco poco: un minimo - si domanda come sia diventato possibile spararle così grosse. Senza discernimento. Senza contraddittorio. Senza vergogna".
Come detto, esiste dunque una tendenza a porre sullo stesso piano nazifascisti e partigiani ed è presente, e va sempre più radicandosi, l'idea (vedi le esternazioni dell'on. Dell'Utri) che ci sia stata una mitizzazione della Resistenza. Su questo tema, riporto un'utile "delucidazione" tratta dal libro di Aldo Mori "La Resistenza nel mondo contadino" Nuovadimensione 2007:
"Circa l'accusa diffusa di una mitizzazione del fatto resistenziale, anche questo un classico della critica alla storiografia resistenziale, va ribadito che gli studiosi seri non hanno mancato di rilevare che la Resistenza fu un evento complesso [...] cui approdarono giovani non assuefatti alla democrazia da vent'anni di dittatura, spesso smarriti, decisi tuttavia a negarsi a una guerra sanguinosa a fianco dei nazisti e al fascismo di Salò, animati dal desiderio di un'Italia diversa e più giusta. Furono questi giovani, pur nella loro varia e multiforme militanza, a dare il senso profondo di una svolta epocale rispetto al passato [...].
Se la violenza e la sofferenza coinvolsero, poi, pur se in misura diversa entrambi i fronti contrapposti, il che avviene sempre nelle vicende belliche, ciò non toglie che gli ideali per cui si combatteva nei due fronti erano opposti: da un lato il modello nazifascista, dall'altro la democrazia e la Costituzione".
La Resistenza e le vicende legate alla Liberazione sono ancora oggetto di studio da parte degli storici ed ogni interpretazione superficiale rischia di rivelarsi solo come una presa di posizione di tipo ideologico. E' quindi necessario documentarsi in modo più approfondito, anche attraverso la lettura di libri come quello di Aldo Mori, appena citato nel post, che presenta importanti testimonianze della Resistenza in un'area geografica ben definita. Questo permette una ricostruzione più vicina e più puntuale della verità storica, così necessaria per una lettura del passato che funga da guida per il nostro presente.

sabato 26 aprile 2008

Sul 25 Aprile


In ritardo di un giorno, per celebrare il 25 Aprile:

"Il 25 aprile ha segnato non solo la fine della guerra, ma la fine del fascismo. (...) Oggi non è più dato per scontato che i fascisti fossero un gruppo di criminali al governo. (...) Il fascismo in Italia ha costituito vent'anni di repressione totale e se vogliamo rivalutare il fatto che durante il fascismo i treni arrivavano in orario, beh... forse era meglio che Mussolini facesse il ferroviere (...) Se oggi, a distanza di mezzo secolo, ci sono candidati con la croce celtica al collo che non solo non rinnegano, ma vanno fieri della loro appartenenza agli ideali del fascismo, vuol dire che il meccanismo della memoria non ha funzionato. (...) In questi anni si è passati da un concetto nostalgico di memoria - si stava meglio quando si stava peggio, il passato è meglio del presente - ad un concetto opposto, "consolatorio", per cui il passato è sempre peggio del presente, oggi ci siamo emancipati da quella grande violenza e dobbiamo ricordare le tragedie del passato per non ripeterle in futuro. Ma questo è un concetto molto pericoloso, perché - come dimostrano i genocidi in Bosnia e in Ruanda - non funziona. (...) Noi siamo la prima generazione in questo Paese che si batte non per conquistare nuovi diritti, ma affinché non ci vengano tolti quelli conquistati dalle generazioni precedenti (...)".
Ascanio Celestini
Guarda il video:
Ed ecco alcune lettere di condannati a morte della Resistenza italiana.
Le lettere selezionate sono tratte dai libri di Malvezzi e Pirelli ("Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana", Einaudi, Torino 1994, quindicesima edizione) e di Avagliano e Le Moli ("Muoio innocente. Lettere di caduti della Resistenza a Roma", Mursia, Milano 1999).
Questo il link:

Quale ministro per la Pubblica Istruzione?

Sarà, forse, Maria Stella Gelmini il nuovo Ministro.
Sulla rivista La Tecnica della Scuola del 24 c.m., si parla di Maria Stella Gelmini come fututo ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.
Dopo i nomi di Aprea, Formigoni, Prestigiacomo e Bondi adesso spunta quello di Maria Stella Gelmini: e questa volta potrebbe essere quello giusto.
Chi é la sig.ra Gelmini?
Trentacinquenne, bresciana, avvocato, sostenitrice di Silvio Berlusconi fin dal 1994; se diventasse Ministro della Pubblica Istruzione, sarebbe il più giovane titolare del Dicastero di Viale Trastevere che si sia avuta in Italia.
Di lei si dice che sia l’astro nascente della politica lombarda; eletta alla Camera nel 2006 nelle liste di Forza Italia è stata riconfermata nella recente tornata.
Il “cursus honorum” di MariaStella Gelmini, ci informa l'articolo, è di tutto rispetto: nel 1998, a soli 25 anni, viene eletta consigliere comunale a Desenzano dove ricopre l’incarico di presidente del consiglio comunale.
Nel 2002 diventa assessore al territorio della Provincia di Brescia, nel 2004 passa all'Agricoltura. Nel 2005 viene candidata alle elezioni regionale e risulta la prima eletta nella circoscrizione di Brescia con più 17mila preferenze.
Il mese successivo, Silvio Berlusconi la nomina coordinatrice regionale di Forza Italia in Lombardia, carica che ricopre tuttora.
Nel 2006 viene eletta alla Camera e, forte delle sue competenze in campo giuridico, diventa membro della Giunta per le autorizzazioni a procedere, del comitato parlamentare per i procedimenti di accusa e della commissione Giustizia.
Chi la conosce ne parla come di una donna decisa e determinata ma anche aperta al confronto.
La candidatura della giovane bresciana potrebbe andare in porto anche per un altro motivi: i rapporti con Valentina Aprea sono ottimi e – a quanto dicono coloro che le conoscono entrambe – improntati a grande stima reciproca.
Nessun rischio, dunque, che si creino situazioni di conflittualità, come, almeno in parte, era accaduto all’epoca di Letizia Moratti.
Per ora, comunque, si tratta ancora di voci ampiamente ufficiose: i nodi da sciogliere sono ancora numerosi e nei prossimi giorni potrebbero ancora spuntare nuovi nomi.
La prossima settimana avremo finalmente il nome del nuovo Ministro. Non ci resta che ... attendere, sperando che non si debba dire "Non ci resta che... piangere".

domenica 20 aprile 2008

Quale ministro per la Pubblica Istruzione?


A una settimana dalle elezioni, le ipotesi sul nuovo ministro per la Pubblica Istruzione, l'Università e la Ricerca, si susseguono. Ogni giorno appare sui giornali un nuovo ministro (si sa, le caselle del Totoministri sono facilmente intercambiabili e poi é anche più divertente della Settimana Enigmistica!) ed i criteri per la scelta appaiono sempre più legati alle logiche spartitorie piuttosto che alla competenza e al merito.
Non siamo in grado di prevedere quale sarà la scelta finale del Capo del Governo, ma possiamo intanto leggere questa riflessione del prof. Maurizio Tiriticco dell'Università Roma Tre, con la speranza che le sue parole non cadano nel vuoto:

http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2008/apr2008/ascolti.pdf

Chiuso per...viaggio di istruzione



Da lunedì 21 a giovedì 24 aprile nessun post.
Sono in viaggio di istruzione a Roma con 18 ragazzi.

Ecco una breve poesia del poeta romano Trilussa:

"Romanità"
Un giorno una Signora forastiera,
passanno còr marito sotto l'arco de Tito,
vidde una Gatta nera spaparacchiata fra l' antichità.
-Micia che fai?- je chiese:
e je buttò un pezzettino de biscotto ingrese;
ma la Gatta, scocciata, nu' lo prese: e manco l'odorò.
Anzi la guardò male e disse con un' aria strafottente:
Grazzie, madama, nun me serve gnente:
io nun magno che trippa nazzionale!